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Acqua e Limone al Mattino: Perché Fa bene?

Acqua e limone al mattino- Bere acqua al mattino a digiuno è sempre una buona abitudine, aiuta a “lavare” via i batteri che sono proliferati nel corso della notte, idrata il corpo dopo ore di mancata ingestione di liquidi e ripristina i livelli di liquidi nel sangue, aiutando a evitare il calo di pressione tipico del primo mattino. Se all’acqua, calda, aggiungi anche il succo di limone, potenzi gli effetti benefici. 

Ci sono tante persone che quando si alzano al mattino non riescono proprio a bere; non è una sana abitudine, il corpo ha bisogno di acqua, noi siamo costituiti prevalentemente da acqua e le ore da quando bevi l’ultima volta alla sera fino a quando ti alzi, sono davvero molte senza idratazione.

Bere al mattino appena alzati è una necessità ma se prendi l’abitudine di bere un bicchiere d’acqua calda con il limone ti accorgerai presto dei benefici che ne puoi trarre.

Il Consiglio che oggi ti diamo è di bere acqua e limone calda appena ti alzi, almeno 10/15 minuti prima di fare colazione, in modo che possa fare tutto il lavoro che deve.

Perché bere acqua e limone al mattino?

Il limone ha tante proprietà benefiche che per giungere al massimo livello hanno bisogno di esplicarsi a stomaco vuoto. Il limone è ricco di Vitamina C e antiossidanti oltre a tanti Sali Minerali che sono benefici per l’organismo.

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Le proprietà del limone più importanti sono:

  • Depura il fegato
  • Migliora la digestione
  • Regola l’intestino, sia in caso di dissenteria che in caso di stipsi
  • Ha effetti disintossicanti per le cellule
  • Combatte l’alitosi
  • Stimola il funzionamento del metabolismo favorendo la perdita di peso

L’ultimo punto va sempre inquadrato nell’ambito di una corretta alimentazione e una riduzione dell’introduzione di calorieassociata ad un’adeguata attività fisica. Il limone è salutare ma non devi esagerare. Normalmente è ritenuta massima la quantità di 4/5 limoni al giorno, di più potrebbe avere effetti negativi.

L’alto contenuto di Vitamina C protegge dalle infezioni batteriche e virali attraverso un incremento funzionale del Sistema Immunitario, oltre a costituire un valido aiuto nel contrasto all’invecchiamento cellulare.

Il succo di limone ha anche un’importante funzione diuretica, con una valenza notevole nell’eliminazione dei liquidi in eccesso in maniera assolutamente naturale.

Quando bevi un bicchiere d’acqua calda con il limone al mattino a digiuno, questa arriva immediatamente ai reni e alla vescica, acidificando le urine e contrastando le proliferazioni batterichenocive che sono alla base di molte infezioni urinarie, tra cui la cistite che nel periodo estivo si sviluppa con una certa facilità.

Se vuoi aiutare il tuo organismo a funzionare bene, bevi Acqua e limone al mattino, un sistema gradevole e utilissimo per farti del bene.

Riso Integrale: Proprietà, Benefici, Valori Nutrizionali e Calorie

Il Riso è un alimento antichissimo che affonda le sue radici nella storia remota, nutrendo miliardi di persone. Per alcune popolazioni anche in tempi recenti ha rappresentato l’alimento principe se non l’unico.

Ricordiamo nella rivoluzione cinese, ai tempi di Mao, che molti anziani di oggi ricordano perfettamente come evento a loro contemporaneo, che il Riso è stata la salvezza del popolo cinese alla fame, Maopromise una ciotola di Riso per tutti e oggi vediamo cosa è la Cina.

Il Riso viene raccolto, mondato dalla parte esterna, la pula per ottenere il chicco, rivestito da una pellicola detta Lolla. Questa viene spesso rimossa con processi industriali e il chicco sottoposto a trattamenti con vari prodotti per ottenere il riso “brillato”, bianchissimo, che arriva sulla tua tavola.

Se non si rimuove la lolla avrai il Riso Integrale, un prodotto dalle proprietà decisamente superiori e scevro dalle sostanze utilizzate per la raffinazione sulle quali sussistono più dubbi rispetto alla loro nocività.

Ad onor del vero c’è anche da dire che nella lolla si trovano piccolissime percentuali di Arsenico assunte dall’inquinamento dei terreni e dell’acqua che non si ritrova nel riso raffinato in quanto privato del suo involucro.

Valori Nutrizionali del Riso Integrale

 Nel Riso Integrale troviamo:

  • Grassi 2%
  • Carboidrati 77,5%
  • Proteine 7,5%
  • Fibre 2%
  • Calorie 337
  • Vitamine E e gruppo B (Niacina riboflavina, tiamina) che sono quasi totalmente assenti nel riso raffinato.
  • Sali minerali soprattutto Potassio ma anche Ferro, Calcio, Fosforo

Il Riso sia Integrale che raffinato non contiene glutine, costituendo un alimento adatto anche in caso di Celiachia.

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Proprietà del Riso Integrale

Il Riso Integrale è ricco di fibre che svolgono un’azione importante rispetto all’assorbimento dei Grassi e in particolare del Colesterolo, captandoli e legandoli a se nel transito intestinale.

Il riso Integrale ha un tempo prolungato nel processo di digestione, cosa che favorisce il rispetto di dieteperché ritarda il ritorno dello stimolo della fame.

L’alto contenuto di Potassio favorisce molti processi biochimici nell’organismo, particolarmente rispetto al funzionamento del cuore e del sistema circolatorio.

Anche l’alto contenuto di Proteine lo rende un alimento importante per chi pratica attività fisica, in particolare per i giovani che hanno ancora l’organismo in crescita e necessitano di più proteine rispetto ad un adulto.

I Benefici del Riso Integrale

Andiamo ad esplicitare i Benefici che puoi avere dal Riso Integrale anche se da quanto detto già si intuisce: Il consumo di Riso Integrale riduce l’assorbimento di grassi e Colesterolo, quindi con notevoli Benefici per l’apparato circolatorio e una valenza preventiva su incidenti vascolari anche importanti come infarto e ictus.

Le sostanze contenute nella fibra favoriscono il riequilibrio della flora intestinale e il contrasto alla Candida, una micosi che in tanti purtroppo conoscono, che si annida nell’intestino, pronta ad attaccare l’organismo.

Il Riso Integrale aumenta la massa intestinale contrastando disturbi intestinali quali la diarrea mentre le proprietà antinfiammatorie provocano benefici anche in caso di infiammazioni gastriche, la Gastrite.

Per l’alto contenuto di proteine il Riso Integrale esplica Benefici anche nel corso della Gravidanza, un periodo in cui per l’accrescimento del bambino in grembo, la donna necessita di un maggior apporto di Proteine.

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Le Calorie del Riso Integrale

Il Riso Integrale apporta 337 Calorie ogni 100 grammi, meno del riso brillato che ne apporta 362. Possono sembrare tante ma se consideri che un buon piatto di Riso richiede solo 60 grammi ne deduci tu stesso che le calorie ingerite sono soltanto 202.

Per il suo limitato apporto di calorie per porzione, tutte le proprietà di cui è dotato, i Benefici che esplica e il potere saziante prolungato, il Riso Integrale è adatto alle diete per perdere peso.

3 Milioni di Italiani Soffrono di Disturbi Alimentari

Sono tanti gli italiani che soffrono di disturbi alimentari, e le motivazioni sono le più varie, dalla genetica alle cattive abitudini alimentari, passando per la mancanza di sport ed attività fisica.

Prima di tutto bisogna capire quali sono i DCA, i disturbi del comportamento alimentare, poiché si tratta di patologie che si caratterizzano per una alterazione delle abitudini alimentari e, generalmente, da una preoccupazione esagerata per il peso o per la forma del corpo.

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Sempre più spesso, questi disturbi, cominciano a comparire già in adolescenza, colpendo prevalentemente le ragazze o le donne. Fra i comportamenti tipici di chi soffre del disturbo del comportamento alimentare ci sono:

  • Il digiuno
  • La restrituzione dell’alimentazione
  • Le crisi bulimiche
  • La fame nervosa
  • Il vomito autoindotto
  • L’assunzione impropria di lassativi o diuretici con il fine di perdere peso
  • L’intensa attività fisica fatta con lo scopo di perdere peso

Chiaramente non è detto che se ci si ritrova in uno di questi comportamenti automaticamente si soffra di disturbi del comportamento alimentare, esistono invece dei criteri precisi per capire se una persona soffre o meno di questo disturbo.

Quali sono i disturbi del comportamento alimentare?

Si annoverano fra i principali disturbi alimentari l’Anoressia Nervosa e la Bulimia Nervosa. Le persone che soffrono di questi disturbi hanno un solo pensiero, il cibo e la tavola: qualsiasi cosa diventa difficile perché si continua a pensare al “Cosa si deve mangiare”, alla paura di prendere peso o di abbuffarsi.

Sono poche invece le persone che, riconoscendo di avere questo problema, chiedono effettivamente aiuto e, questi disturbi sono definiti da alcuni esperti una vera e propria epidemia sociale che sta coinvolgendo fasce di persone in tutto il mondo sempre più estese, ed il problema è che la patologia sta arrivando anche a fasce d’età particolarmente a rischio, vale a dire gli adolescenti ed i bambini in età prepuberale, con conseguenze anche molto gravi su corpo e mente.

Insieme ad anoressia e bulimia c’è anche l’Arfid, noto come Disturbo dell’alimentazione evitante/restrittivo, che colpisce spesso i bambini maschi già dai 2 o 3 anni fino alla pre adolescenza e si manifesta sotto diverse forme, la più diffusa delle quali è l’eccessiva selettività del cibo (prediligere cibi di un determinato colore o di una determinata consistenza), e questo può provocare complicanze anche gravi.

COME SI CURANO I DCA

Decidere di curarsi è già un importante traguardo

Le istituzioni hanno messo a disposizione dei cittadini un numero verde dedicato ai disturbi alimentari(800180969) ed un sito dedicato con la mappa delle strutture e delle associazioni dedicate ai DCA in Italia.

Non sempre le persone che giungono nei centri specialistici hanno già maturato una vera e propria decisione di voler intraprendere una terapia per cercare la guarigione dal disturbo. In ogni caso, il contatto terapeutico permette in questi casi perlomeno di aprire un dialogo e di poter monitorare le eventuali complicanze sia mediche che psicologiche. Se una persona con disturbo dell’alimentazione non è ancora in grado di intraprendere un vero e proprio trattamento, viene di solito iniziato quello che viene definito da molti centri un ‘percorso motivazionale’, ossia un percorso psicologico che ha lo scopo di portare la persona a desiderare il cambiamento e la guarigione.

Essere ‘motivati’ al cambiamento vuol dire:

  • riconoscere di avere un disagio (consapevolezza)
  • sentire che la situazione crea una notevole quota di sofferenza
  • credere nella possibilità di cambiare (senso di efficacia)
  • essere disponibili a “mettersi in gioco”
  • avere la forza e il coraggio di chiedere un aiuto.

Una corretta valutazione diagnostica

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Per la cura dei disturbi dell’alimentazione è importante rivolgersi a centri specialistici che si occupano specificamente di questi problemi. Questo permette di poter effettuare prontamente una corretta diagnosi differenziale (cioè capire se si soffre di un vero e proprio disturbo dell’alimentazione), di effettuare tutte le valutazioni specialistiche necessarie (psicologiche, psichiatriche, internistiche e nutrizionali) e di ricevere indicazioni corrette sul trattamento da seguire.

Quando un soggetto con disturbi dell’alimentazione arriva ad una struttura specialistica è infatti indispensabile una corretta e attenta valutazione diagnostica. Non tutti i problemi che si manifestano con un alterato comportamento alimentare sono dei veri e propri disturbi dell’alimentazione. E’ importante fare una diagnosi differenziale sia con altre patologie psichiatriche, come la depressione o le fobie, sia con patologie internistiche, come il morbo celiaco o problemi endocrini.

La valutazione iniziale ha anche molti altri obiettivi di fondamentale importanza. Prima di tutto è il momento in cui si inizia a stabilire un rapporto di fiducia. La persona che si rivolge al centro specialistico ha bisogno di sentirsi capita, ma nello stesso tempo ha bisogno di sentire di essere in un centro dove questi disturbi sono conosciuti e affrontati con competenza. Non meno importante, nella fase di valutazione vengono raccolte tutte quelle informazioni che servono al terapeuta per poter capire quale sia il percorso terapeutico più adeguato e poterlo proporre alla persona che ha richiesto la visita.

La valutazione diagnostica ha in genere una durata di 2-4 visite svolte da uno psicologo o uno psichiatra del centro specialistico. La valutazione diagnostica indaga la storia del peso, le abitudini alimentari e gli atteggiamenti riguardo al cibo e al corpo; viene valutata la situazione sociale e familiare, il funzionamento scolastico o lavorativo, le relazioni interpersonali. Possono essere utilizzati oltre al colloquio anche altri strumenti come interviste e questionari autosomministrati.

Se si intravede il pericolo di complicanze mediche o se vi è un dimagrimento o una magrezza rilevante, la valutazione diagnostica va completata da una visita internistico-nutrizionale. Infine, se la persona con disturbo dell’alimentazione è minorenne o comunque vive con la famiglia, è indicata anche una visita per i genitori. Il  coinvolgimento iniziale della famiglia è importante e serve a completare il quadro diagnostico, a cogliere il punto di vista dei familiari, a stabilire un’atmosfera di collaborazione in cui i genitori si sentano partecipi del programma terapeutico, facendo sì che la famiglia possa rappresentare un punto di riferimento anche nel caso in cui la paziente dovesse rifiutare o abbandonare la terapia

 
Il trattamento
Le tappe fondamentali del trattamento nei disturbi dell’alimentazione sono ben riassunte dalle linee guida dell’American Psychiatric Association (APA, 2012):

  • diagnosticare e trattare le complicanze mediche
  • aumentare la motivazione e la collaborazione al trattamento
  • aumentare il peso corporeo (nell’anoressia)
  • ristabilire un’alimentazione adeguata
  • affrontare gli aspetti sintomatologici (dieta, digiuno, vomito, abuso di lassativi, diuretici, iperattività)
  • correggere i pensieri e gli atteggiamenti patologici riguardo al cibo e al peso
  • curare i disturbi psichiatrici associati al disturbo dell’alimentazione
  • cercare la collaborazione e fornire sostegno ed informazioni ai familiari
  • aumentare il livello di autostima
  • prevenire le ricadute

I luoghi del trattamento

Il trattamento dei disturbi dell’alimentazione può essere svolto, a seconda delle necessità, in modo più o meno intensivo. E’ sempre una buona regola iniziare, salvo specifiche controindicazioni, dal trattamento meno intensivo (ossia il trattamento ambulatoriale) perché è il trattamento più efficace e quello che interferisce meno con la vita sociale della persona. Il trattamento ambulatoriale si può quindi considerare il trattamento di prima scelta: solo nei casi molto acuti o in quelli in cui il trattamento ambulatoriale non ha funzionato dovrà essere preso in considerazione un trattamento più intensivo, come il trattamento semi-residenziale in day-hospital o il trattamento residenziale.

Tecniche di trattamento:

- riabilitazione nutrizionale

- terapia cognitivo-comportamentale individuale e di gruppo

- terapia interpersonale

- psicoterapie psicoanalitiche

- psicoeducazione alimentare

- terapie farmacologiche

- terapie familiari

- terapia di riabilitazione cognitiva

- auto-aiuto

 

Quando è necessaria un’ospedalizzazione?

La presenza di complicanze mediche può richiedere un ricovero in regime ospedaliero, che viene di solito effettuato in reparti di medicina (o nutrizione clinica). Questi ricoveri sono in genere relativamente brevi (2-3 settimane) e servono a curare o scongiurare il pericolo di gravi complicanze, ma non sono di solito di per sé sufficienti a ristabilire un peso corporeo adeguato. Possono avvalersi di nutrizione tramite sondino naso-gastrico o (più raramente) per via parenterale, a seconda delle necessità e dei tempi.

La scelta di svolgere un programma terapeutico in regime di ricovero in strutture ospedaliere o in strutture specialistiche a carattere riabilitativo viene operata quando sono presenti i seguenti criteri:

▪ Grave o rapida perdita di peso
▪ Complicanze mediche
▪ Frequenza molto elevata di crisi bulimiche, vomito ed uso improprio di farmaci
▪ Multi-impulsività, comportamenti autoaggressivi, elevato rischio suicidario
▪ Elevata comorbilità psichiatrica (asse I e II)
▪ Elevata conflittualità o scarso sostegno familiare
▪ Mancata risposta al trattamento ambulatoriale
▪ Lunga durata di malattia e fallimento precedenti trattamenti.

11 Motivi per includere il Magnesio nella Dieta

Un'alimentazione ricca di magnesio è fondamentale per la salute delle donne incinte, infatti garantisce l'ottimale sviluppo del feto.

Il magnesio è un minerale che apporta notevoli benefici alla salute cardiaca, poiché regola il battito cardiaco; è, dunque, essenziale nel trattamento dell’aritmia.

Dato che circa il 50% del magnesio si trova nelle ossa, è importante integrarlo nella dieta di tutti i giorni per rafforzare l’apparato scheletrico e i denti.

Il restante 50% del magnesio viene distribuito nelle cellule dei tessuti e negli organi. Solo l’1% di magnesio è presente nel sangue.

Come integrare il magnesio nella dieta?

L’acqua di mare, gli ortaggi a foglia verde e i cereali integrali sono fonti naturali di magnesio e in genere sono gli ingredienti base della dieta di molte persone.

Altre fonti di magnesio sono:

  • Ortaggi (pomodoro, rapa, fave, carciofi, patate)
  • Semi di zucca
  • Arachidi
  • Farina di grano e mais
  • Fiocchi d’avena
  • Orzo
  • Cioccolato

Questo minerale è presente anche in alcuni latticini, come il latte o lo yogurt, e nel pesce.

Come capire quando è necessario aumentare la dose di magnesio?

La carenza di magnesio può causare:

  • Dolore al collo e mal di schiena
  • Ansia
  • Emicrania
  • Debolezza muscolare e stanchezza
  • Spasmi
  • Inappetenza, nausea, vomito
  • Insonnia
  • Anormalità nel ritmo cardiaco
  • Diarrea

Quando siamo sotto stress, il corpo tende ad esaurire velocemente la sua riserva di magnesio.

Per questo motivo, un sintomo comune della carenza di magnesio è la voglia di cioccolato. Quest’ultimo, infatti, contiene magnesio in grandi quantità.

Un deficit di magnesio potrebbe anche essere il riflesso di problemi di salute più complessi, come il diabete o la depressione o una conseguenza della menopausa.

Quali sono i benefici del magnesio nella dieta?

Evita l’asma

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Gli integratori di magnesio sono di grande aiuto per controllare gli attacchi d’asma perché questo minerale aiuta a rilassare i muscoli dei bronchi e a regolare la respirazione.

Il magnesio non è una soluzione definitiva, ma è comunque un buon modo per completare il trattamento medico.

Mantiene le ossa in buona salute

Includere il magnesio nella dieta aiuterà a regolare i livelli di calcio, vitamina D, rame e zinco. Questo si traduce in un minor rischio di osteoporosi in età adulta.

Se avete già problemi alle ossa, è bene optare per alimenti ricchi di vitamina D, calcio e magnesio.

Favorisce l’ottimale sviluppo del feto in gravidanza

Se volete una gravidanza senza problemi, assicuratevi di regolare i livelli di magnesio nel corpo, in questo modo potrete sopportare meglio il dolore e prevenire problemi come la preeclampsia in caso di ipertensione.

Allevia il mal di schiena e i crampi

Il magnesio rilassa i muscoli della schiena, quindi offre sollievo in caso di stress o tensione in corrispondenza dei reni.

Dato che i crampi di solito sono conseguenza di un deficit di magnesio, basterà riportare alla normalità i livelli di questo minerale.

Previene attacchi cardiaci

Dato che questo minerale protegge il cuore dall’aritmia, è anche in grado di evitare eventuali lesioni.

In particolare, è utile per prevenire lesioni causate dalla tensione muscolare dovuta all’eccessivo stress a cui è sottoposto il sistema cardiovascolare.

Regola il transito intestinale

Gli integratori di magnesio solubili in acqua sono un’ottima soluzione per la stitichezza. Questo minerale, infatti, rilassa i muscoli intestinali, dunque genera un effetto lassativo.

Previene il diabete e regola i livelli di zucchero

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Il magnesio migliora la reazione dell’insulina agli zuccheri del sangue e normalizza la pressione arteriosa.

Gli integratori di magnesio sono essenziali per chi ha il diabete, ma è consigliabile consultare il medico prima dell’assunzione.

Migliora l’assorbimento di altri minerali

Il magnesio permette al corpo di assorbire più facilmente le vitamine e i minerali essenziali come il sodio, il calcio, il potassio e il fosforo.

Cura l’emicrania

L’emicrania è un disturbo comune, ma colpisce soprattutto le donne.

Il magnesio riduce significativamente la frequenza e l’intensità dell’emicrania.

Aumenta la produzione di collagene

Il magnesio è molto importante per quanto riguarda la produzione di proteine che a poco a poco si trasformano in collagene.

Il collagene si trova nei tessuti fibrosi come i tendini, i legamenti e la pelle. È presente anche nella cornea, nelle ossa, nelle cartilagini, nei vasi sanguigni e nelle vertebre.

Quindi, maggiore è la quantità di collagene nel corpo, più forti saranno le parti appena menzionate.

Attiva gli enzimi

Il magnesio è di grande aiuto per aumentare la produzione di energia corporea e per attivare gli enzimi che servono al corpo per creare energia cellulare.

 

Dieta Tisanoreica

La Dieta Tisanoreica è un metodo sviluppato in Italia che prevede l’utilizzo di prodotti a base di erbe. Non è concepita solo come dieta dimagrante, ma come un vero e proprio protocollo.  Il regime da seguire è di tipo ipoglucidico (limitazione degli zuccheri), ipocalorico (limitazione delle calorie), normoproteico (proteine in quantità sufficiente).Questa dieta prevede l’utilizzo di  cibi preconfezionati da associare ai normali cibi quotidiani e si basa sul meccanismo della chetosi.  Questa dieta dimagrante  però è leggermente diversa dalle altre diete chetogeniche in quanto il controllo dei corpi chetonici avviene tramite l’uso delle piante officinali, è definita per questo anche dieta fitochetogenica. Vediamo insieme quali sono le caratteristiche principali della dieta Tisanoreica.

Che cos’è la chetosi?

Quando limitiamo al minimo l’assunzione di zuccheri e di carboidrati, il nostro organismo è costretto a trarre l’energia dai grassi accumulati nel corpo, inizia quindi a fornirsi delle riserve e inizia a metabolizzarle. Questo meccanismo se prolungato, porta l’organismo alla chetosi. Ne consegue una perdita di peso che attacca soprattutto l’adipe e non la massa muscolare.

Tuttavia indurre la chetosi per tempi prolungati è dannoso per l’organismo, in quanto non è una condizione normale e mette a dura prova il nostro corpo. Nel caso della dieta Tisanoreica si parla di chetosi verde, perché i prodotti proposti sono composti da proteine di origine vegetale e l’assunzione degli acidi grassi saturi è ridotta al minimo rispetto ad altre diete chetogeniche iperproteiche che in genere si basano sull’assunzione di carne e proteine di origine animale.

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Come funziona la dieta Tisanoreica

La dieta tisanoreica prevede una fase Intensiva e una fase di stabilizzazioneNella prima fase (fase intensiva) devono essere eliminati i carboidrati e gli zuccherie durante la giornata vanno consumati quattro prodotti Tisanoreica da affiancare ad alimenti normali e proteici come carne, pesce e uova, più le verdure.

Nella seconda fase (fase di stabilizzazione) si reintroducono gradualmente i carboidrati, ma solo quelli a basso indice glicemico (integrali), e si assumono due prodotti Tisanoreica al giorno. Non è una dieta lampo, ma non può essere prolungata per più di 40 giorni, oltre i quali si può seguire una fase di mantenimento, che secondo gli ideatori della dieta, può essere mantenuta per tutta la vita.

Questo tipo di dieta non è una dieta fai da te. Nonostante i prodotti si possano acquistare singolarmente, la dieta Tisanoreica si basa sulla personalizzazione per ogni individuo, in base alla forma fisica di partenza, all’età, allo stile di vita. Per iniziare la dieta occorre recarsi dai rivenditori autorizzati che, dopo la consulenza nutrizionale e aver compilato un modulo di informazioni, invieranno il tutto al centro studi Tisanoreica per avere l’autorizzazione e creare un protocollo personalizzato apposta per noi.  Lo stesso tipo di consulenza viene offerto anche online e l’assistenza viene offerta per tutto il periodo della dieta e anche successivamente.

Quindi in base al nostro protocollo dovremo acquistare i prodotti specifici e affiancarli ai cibi quotidiani come indicato nei menù. Per questo la Dieta Tisanoreica è definita dieta integrativa perché non sostituisce i cibi ma li affianca, al contrario delle diete sostitutive. Questi prodotti sono chiamati PAT (Porzione Alimentare Tisanoreica) e sono ottenuti mediante il metodo della Decottopia, comunemente detti decotti.

Secondo il fondatore della Tisanoreica,  Gianluca Mech, questi decotti (decottopirici) derivano da un processo di lavorazione tradizionale che prevede l’utilizzo di minimo 10 erbe per ottenere un prodotto  puro e concentrato, del tutto naturale e senza elementi aggiuntivi, senza zucchero, alcol, glutine o conservanti.

Questi estratti di piante officinali (fitoestratti) si possono assumere in forma liquida, ma anche come estratto secco nei vari prodotti come pasta, biscotti, gelati, cioccolato e molti altri prodotti che vi permettono di stare a dieta senza rinunciare al gusto e al piacere di mangiare.

Che cosa contengono i prodotti Tisanoreica?

Il mix di fitoestratti usati nella Tisanoreica è brevettato e unito agli amminoacidi ad altissimo valore nutritivo induce l’organismo alla chetosi verde e lo mantiene in equilibrio.

componenti essenziali di questo mix sono la Muiria Puama, dalle proprietà toniche esercitate a livello nervoso e muscolare, il Panax Ginseng, ha una funzione stimolante e garantisce il corretto metabolismo dei carboidrati, il Guaranà, per le sue proprietà toniche generali, la Griffonia che aiuta a controllare il senso di fame, la Lespedeza, ha qualità depurative e diuretiche tramite il drenaggio dei liquidi grazie ai flavonoidi presenti nella pianta,   la Frangula, che garantisce la regolarità del transito intestinale degli alimenti, favorendo la funzionalità del tratto intestinale.

Descritto così il mix di piante non sembra molto gustoso, eppure gli ideatori della Tisanoreica sostengono che i loro prodotti  imitano molto bene il sapore e il gusto degli alimenti tradizionali, e questo è fondamentale per poter seguire il protocollo per tutto il tempo necessario senza avere quel senso di frustrazione che accompagna molte diete quando gli alimenti proposti non hanno gusto o sono troppo diversi dai sapori che siamo abituati a conoscere.

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Pro e contro della dieta tisanoreica

Come tutte le diete, anche quella tisanoreica ha i suoi pro e i contro, la cosa importante è esserne consapevoli prima di iniziare.

Pro dieta tisanoreica: essendo una dieta ipoglucidica/iperproteica, la perdita di peso è abbastanza veloce; le pietanze tisanoreiche sono preparare con il sapore di quei cibi che non possono essere mangiati durante la dieta, ma che risultano molto piacevoli al palato. Ad un certo punto, la dieta tisanoreica integra nuovamente gli alimenti esclusi nella fase iniziale, proprio come accade per quella Dukan.

Contro dieta tisanoreica: in questa dieta non ci sono carboidrati e questo potrebbe causare malessere generale e nervosismo, mal di testa e altri sintomi. Inoltre è una dieta particolarmente costosa, bisogna comprare prodotti tisanoreici specifici presso farmacie, centri estetici, palestre e negozi specializzati nella vendita di alimenti e prodotti naturali, quindi non proprio adatta a chi non ha buona disponibilità economica.

Consigli generali

Come in tutte le diete è d’obbligo ricordare che si dovrebbe sfruttare questo periodo per cercare di instaurare buone abitudini quotidiane nell’alimentazione che possano accompagnarci anche nei mesi e negli anni successivi.

Mangiare cibi troppo conditi, troppo grassi o ipercalorici dovrebbe essere uno strappo alla regola che possiamo permetterci in casi eccezionali. Il movimento è fondamentale per mantenere il fisico in salute, bruciare più calorie e aumentare il metabolismo.

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La dieta Tisanoreica è adatta a tutti?

La dieta tisanoreica non è adatta a tutti, anzi, per alcune tipologie di persone è assolutamente sconsigliata, vediamo di seguito i pazienti controindicati a questo tipo di regime alimentare.

Diabetici dipendenti dall’insulina: queste persone devono mantenere un livello costante di zuccheri nel sangue, per cui privarli con la dieta potrebbe portare a uno stato di chetosi e compromettere il benessere generale del soggetto.

Problemi a fegato e reni: essendo una dieta ricca di proteine, va a sovraccaricare reni e fegato, facendoli lavorare maggiormente, questo perché questi due organi lavorano per purificare l’organismo dalle scorie azotate che si formano con la degradazione delle proteine.

Bambini e adolescenti: in questi due periodi della vita i carboidrati sono necessari per un buon sviluppo, quindi è assolutamente vietato eliminarli dalla dieta.

Donne in gravidanza e allattamento: come abbiamo accennato, questa dieta sovraccarica reni e fegato per l’eccesso di proteine, inoltre, provoca uno stato di chetosi che per un neonato o un feto potrebbe risultare molto dannoso visto che i corpi chetonici sono sostanze tossiche.

Problemi alla tiroide: in particolare chi soffre di ipotiroidismo, poiché alcuni estratti interferiscono con la terapia farmacologica che si segue per questa malattia.

Sport con resistenza muscolare: gli sportivi hanno bisogno di un alto apporto di zuccheri e carboidrati per dare energia al muscolo in movimento, mentre va bene per coloro che vogliono aumentare la massa muscolare, perché la dieta si basa soprattutto sul consumo di proteine che aiutano ad aumentare la massa del muscolo.

Infine, consigliamo, prima di iniziare questa dieta e qualsiasi altra di rivolgersi al proprio medico di fiducia per verificare le condizioni generali di salute e valutare la possibilità o meno di iniziare un regime alimentare iperproteico, come in questo caso, al fine di evitare possibili conseguenze spiacevoli o provocare danni ad organi importanti come i reni, nel caso si soffra già di una insufficienza renale di media – grave entità.

Dieta Carb Lover’s: Dimagrire con la Pizza

È possibile perdere peso mangiando alimenti ricchi di carboidrati come pizza, pasta, pane e dolci?

Forse non è esattamente così, sebbene una delle diete più popolari degli ultimi anni vanti di essere dedicata a chi ama questi cibi e di contemplare abbondanti dosi di carboidrati… ma non è proprio la stessa cosa, né tutto è così semplice.

La dieta per chi ama i carboidrati

La dieta Carb lover’s (in rete spesso trascritto anche “carb lovers'” o “carb’s lover”) è un regime alimentare messo a punto da Frances Largeman-Roth ed Ellen Kunes, redattrici – fino al 2013 – della rivista americana “Health”.

La dieta si basa sull’assunto – controverso nella comunità scientifica – secondo il quale l’amido resistente alla digestione contenuto in alcuni alimenti ricchi di carboidrati (i cereali, ad esempio) avrebbe la proprietà di saziare più a lungo e stimolare il metabolismo dei grassi.

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Quali “carb” nella dieta carb lover’s?

La dieta “degli amanti dei carboidrati” ha avuto, come prevedibile, un buon successo anche in Italia, paese la cui cucina tradizionale è ricca di pietanze costituite per lo più da carboidrati: non solo pasta e pizza, ma anche i risotti e la polenta, infatti, sono fatti di cereali.

A giudicare dalle testimonianze lasciate sull’e-commerce della principale libreria on-line Amazon, inoltre, un ruolo non marginale nella diffusione della dieta carb lover’s lo ha giocato una popolare rivista per consumatori Altroconsumo, che ha giudicato questa dieta la migliore fra quelle confrontate, considerando parametri come l’equilibrio fra i nutrienti apportati, la facilità di essere seguita, la necessità di acquistare integratori specifici e il costo complessivo. Alcuni, però, lamentano che i piatti di pasta promessi nel “claim” del manuale non siano, poi, inseriti nel modello di menu proposto dalla dieta, che prevede di consumare, invece, accanto ai cereali nelle forme più consuetamente diffuse nella cucina Anglosassone (come porridge d’avena e pancake), cereali integrali.

La fibra, che i cereali integrali e molti vegetali apportano, e che molti esperti, indipendentemente dal regime alimentare che consigliano, suggeriscono di assumere per favorire il transito intestinale e per poter seguire una dieta dimagrante con maggior successo, grazie al senso di sazietà che fornisce più a lungo, è in parte costituita, infatti, da amido resistente.

Quanti “carb” nella dieta carb lover’s?

Una delle critiche mosse alla dieta carb lover’s dai suoi detrattori è basata sulle dosi di alimenti e di carboidrati che prescrive.

Stando alle fonti on-line, infatti, la dieta si compone di una “fase di attacco”, della durata di una settimana, in cui si assumono 1200 Kcal al giorno, e di una “fase di mantenimento” in cui l’apporto calorico quotidiano sale a 1600 Kcal.

Il 25% degli alimenti dovrebbe, poi, essere costituito da carboidrati contenenti amido resistente.

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Dieta carb lover’s: opinini a confronto

Chi è critico nei confronti di questo regime alimentare osserva che una quota di carboidrati pari a un quarto della dieta giornaliera non può dirsi preponderante e c’è addirittura chi definisce la carb lover’s una dieta iperproteica “camuffata”.

Inoltre, viene fatto notare che un regime di 1200 Kcal – o di 1600 – è un semplice regime ipocalorico, che, nel breve periodo, porta a perdere peso in modo quasi automatico. In molti soggetti, poi, un apporto di calorie così ridotto potrebbe innescare il rallentamento del metabolismo, in una sorta di meccanismo di difesa che spinge l’organismo a non consumare le riserve in situazione di “carestia”.
Viene, infine, stigmatizzato, che la dieta non prenda in considerazione il fabbisogno calorico personali, ma assegni un limite arbitrario a ciascuno.

Le opinioni positive, d’altro canto, notano come questa dieta contempli una buona varietà di alimenti e minimizzi, così, il rischio di incorrere in carenze alimentari, più alto in diete che tagliano drasticamente questo o quell’alimento.

Chi sostiene di averla provata, afferma anche di avere ottenuto buoni risultati di dimagrimento e che, superata la fase iniziale in cui si deve prendere confidenza con le nuove abitudini, è piuttosto semplice da seguire, perché consiglia piatti facili da preparare e contempla anche l’esigenza di mangiare fuori casa.
Infine, un altro punto a favore della dieta carb lover’s.

Celiachia e Intolleranza al Glutine: chi le ha davvero?

C’è sempre maggiore attenzione verso il problema della celiachia e dell’intolleranza al glutine, tanto che si sente addirittura dire che essere celiaci o intolleranti al glutine “è di moda”.

Ciò che senz’altro è tipico del nostro tempo è una superiore conoscenza di questi disturbi, rispetto al passato, che comporta, di conseguenza, diagnosi più frequenti.

Celiachia e intolleranza la glutine sono la stessa cosa?

La celiachia è una malattia autoimmune considerata rara (ma che interesserebbe addirittura l’1% della popolazione statunitense, secondo alcuni studi), nota fin dall’antichità e compresa solo in epoche recenti, che comporta un’intolleranza al glutine e che, se trascurata, può avere conseguenze anche molto gravi sulla salute di chi ne è affetto, come l’insorgenza di forme tumorali.

L’intolleranza al glutine – più correttamente definita “sensibilità al glutine” – è un disturbo diverso, ugualmente correlato alla presenza di glutine nella dieta, che ha conseguenze più lievi; comporta, ad esempio, un’infiammazione dell’intestino, ma non lesioni ai tessuti.

Celiachia e sensibilità al glutine, dunque, non sono la stessa cosa anche se hanno sintomi simili che possono essere confusi, anche perché non sono sistematici in alcuno dei due casi ed entrambi i disturbi possono manifestarsi in modo diverso nelle persone colpite.
Le differenze fra celiachia e sensibilità al glutine diventano più evidenti approfondendone la conoscenza.

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Principali differenze fra celiachia e sensibilità al glutine

Il danno più evidente che la celiachia reca all’organismo è l’atrofia dei villi intestinali, “distrutti” dai linfociti, anticorpi che nel malato di celiachia riconoscono il glutine come una minaccia e “partono all’attacco”, colpendo, in realtà, l’organismo stesso.
Ciò comporta che il nutrimento introdotto con l’alimentazione non viene correttamente elaborato da una parte dell’apparato digerente, divenuta inattiva, con i sintomi conseguenti a una cattiva nutrizione: non solo diarrea e dolori addominali, ma anche perdita di peso, osteoporosi, cattiva coagulazione del sangue, stanchezza, scarsa lucidità mentale, tendenza alla depressione e tutte le conseguenze della mancanza di questo o quell’elemento nutritivo.
La celiachia è una malattia cronica attualmente incurabile: può solamente essere trattata attraverso una rigorosa dieta priva di glutine, che solitamente elimina i sintomi e consente al paziente di assimilare nuovamente gli elementi nutritivi di cui ha bisogno e di ridurre il rischio di sviluppare forme neoplastiche.

La sensibilità al glutine, come detto, non comporta l’atrofia dei villi intestinali, poiché non innesca alcuna reazione autoimmune, ma causa comunque disturbi quali diarrea, gonfiore e dolore addominale, stanchezza, emicrania, scarsa lucidità mentale. Chi soffre di sensibilità al glutine, però, può anche tendere all’aumento di peso, dovuto a una cattiva metabolizzazione dei nutrienti.
Sulla sensibilità al glutine si sa ancora poco, poiché solo recentemente è stata distinta dalla celiachia – e dalla psicosi collettiva – e sono necessarie ulteriori ricerche.
Si ritiene, tuttavia, che non sia una patologia cronica, ma un disturbo passeggero (anche se può manifestarsi per periodi molto lunghi), eventualmente ricorrente, ma completamente trattabile.

La sensibilità, o intolleranza, al glutine, inoltre, sembra in genere manifestarsi in età adulta o nell’adolescenza, il che farebbe pensare a cause da ricercare nei fattori ambientali, mentre la celiachia spesso si manifesta non appena viene introdotto glutine nell’organismo che ne è affetto, perciò già dallo svezzamento.

La celiachia, infine, è diagnosticabile con certezza attraverso esami del sangue, mentre così non è la sensibilità al glutine, che può essere individuata, per il momento, per esclusione e per osservazione delle reazioni del paziente; essa poi, sembra essere correlata anche all’intolleranza verso altri alimenti, ed eliminare il glutine potrebbe non bastare per eliminare i disturbi.

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Perché e come eliminare il glutine?

Il glutine è un complesso proteico contenuto in diversi cereali al quale non sono stati attribuiti effetti dannosi su soggetti non predisposti, pertanto non c’è ragione di eliminarlo dalla propria dieta, se non si manifestano sintomi di intolleranza.
Anche qualora si dovessero manifestare disturbi che fanno pensare a un’intolleranza alimentare e il principale imputato fosse il glutine, non conviene smettere di assumerlo prima di essersi rivolti (tempestivamente!) al medico e di effettuare le analisi, poiché gli esami per individuare la celiachia sono attendibili solo se chi vi si sottopone sta assumendo il glutine; individuano, infatti, dei marker da esso attivati, assenti se anche il glutine lo è.

Se sorge l’esigenza effettiva di consumare alimenti privi di glutine è importante non solo conoscere quali siano, ma anche dove esso “si annida”: il miglio, ad esempio, è un cereale naturalmente privo di glutine (come il riso), ma poiché negli stabilimenti in cui viene confezionato si lavorano generalmente tutti i cereali, tracce di glutine possono accidentalmente contaminarlo.
Si tratta, in questo caso, di quantità irrisorie e innocue anche per la maggior parte di coloro che si sono scoperti intolleranti, ma possono essere già dannose per chi soffre di una forma di sensibilità al glutine molto acuta o di reale celiachia, così come costituisce una minaccia per la loro salute anche una piccola ostia alla settimana.

La dieta dei gruppi sanguigni funziona davvero?

La dieta dei gruppi sanguigni: i principi che ne stanno alla base

La dieta dei gruppi sanguigni è stata ideata allo scopo di creare un regime alimentare sano.
Questa è stata costruita inserendo prodotti freschi ed il più possibile naturali facendo particolarmente attenzione al modo in cui questi vengono combinati tra di loro.

Quello a cui si fa riferimento era lo stile alimentare che conducevano i nostri antenati al fine di ricreare un po’ quella che sembra essere una dieta il più in linea possibile con le abitudini naturali del genere umano. Secondo l’ideatore dell’emodieta, il dottor Peter D’Adamo, un medico naturopata, questa avrebbe dovuto portare ad un migliore stato di benessere generale dell’organismo ed, in particolar modo, benefici a livello del sistema immunitario.

Lo scopo primo di questa dieta (qui trovi l’elenco delle diete più efficaci e famose), pertanto, non è la perdita di peso (che comunque dovrebbe essere una conseguenza naturale di un’alimentazione sana e controllata) ma la salute e la prevenzione nei confronti di diversi stati patologici.

La prima cosa da fare, necessaria per aderire a questa singolare tipologia d’alimentazione è conoscere il proprio gruppo sanguigno. E’ importante anche tenere in considerazione il fatto che ogni organismo è differente dagli altri in quanto è caratterizzato da uno specifico e personale DNA che rende le sue esigenze uniche.

Per tutti questi motivi l’emodieta va sperimentata ed adeguata caso per caso. Per farlo al meglio ci si dovrebbe munire di una delle diverse guide disponibili in libreria e cominciare a sperimentare. Ogni soggetto si accorgerà immediatamente che il fisico reagisce in modo diverso (più o meno positivo) ad un alimento oppure ad una combinazione di questi.

L’attenzione nei confronti di questa dieta non è data solo dal rimbalzo delle informazioni nei social network (che l’hanno fatta conoscere ai più) ma anche da parte degli studiosi che sono alla continua ricerca, anche nel capo dell’alimentazione, di strategie che potrebbero andare a fare un lavoro di prevenzione nei confronti delle malattie, soprattutto quelle che colpiscono maggiormente l’occidente del mondo. Questa attenzione è dovuta alla particolare situazione che la società sta vivendo ed, in particolar modo, all’innalzamento dell’età media della popolazione. Questo incremento però non è un indice di salute perché sono in continuo aumento anche le malattie croniche che vanno a creare un disturbo al soggetto colpito ma anche alla popolazione pubblica in quanto aumentano i costi.

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Ruolo del sistema immunitario

Il motivo per cui un individuo reagisce ad un alimento, o più in generale ad uno xenobiotico è da ricercarsi nelle differenti attività del sistema immunitario. Questo,infatti, ha il compito di riconoscere gli intrusi penetrati nel nostro corpo attraverso le sue barriere naturali e non. Queste sostanze vengono chiamate antigeni e, oltre a questo sono anche i responsabili della determinazione dei gruppi sanguigni.

L’antigene che va a determinare il gruppo 0 è il fucosio (dal punto di vista della struttura chimica si tratta di uno zucchero semplice); questo va a costituire anche il punto di partenza per gli atri gruppi più complessi in cui si trova in combinazione con altre sostanze. Per il gruppo Asi combina con l’N-acetil-galattosamina, per il gruppo B con la D-galattosamina e per il gruppo AB con entrambe queste sostanze.

Quando le cellule rilevano la presenza di queste sostanze estranee in circolo queste vanno a comunicare con le cellule dando luogo alla formazione di anticorpi.

In particolar modo, se si parla di alimentazione, si tengono in considerazione delle particolari proteine, le lectine. Il dottor D’Adamo sembra aver dimostrato con criterio di scientificità gli effetti di queste proteine nei confronti di differenti gruppi sanguigni. E’ anche possibile, attraverso test di laboratorio semplici, come l’esame delle urine, andare ad individuare l’evenuale presenza di lectine incompatibili con l’organismo.

Variazioni dei gruppi sanguigni: dall’antichità ad oggi

E’ interessante andare a vedere quali variazioni gli organismi hanno subito in seguito ai naturali processi d’adattamento. Se pendiamo in considerazione l’uomo di Cro-Magnon tutti appartenevano al gruppo 0 (questi antenati assumevano soprattutto proteine in quanto erano abili cacciatori e si nutrivano sopratutto di alimenti come la carne).

Quando l’uomo smise di essere migratore e divenne sedentario cambiò la sua alimentazione e si nutrì soprattutto di cerali ed inserì, oltre che agli animali d’allevamento anche la pesca. Questa svolta nello stile alimentare diedi vita allo sviluppo del gruppo A.

Il gruppo B ebbe origine nei popoli nomadi che si spostavano nella zona dell’Himalayha. Questi si cibavano soprattutto di carne e latticini in quanto vivevano, fondamentalmente, di pastorizia.

Il gruppo AB è quello comparso più recentemente e,anche per questo motivo, risulta essere quello espresso in percentuale minor nella popolazione. La causa della sua comparsa fu il mescolarsi del sangue dei barbari (prevalentemente A) con quello di tipo B (comune nella popolazione dell’Impero romano). Si tratta di un gruppo particolare in quanto i soggetti che lo presentano hanno ereditato le intolleranze di entrambi i gruppi ma degli anticorpi differenti pertanto, paradossalmente, risulta essere vulnerabile ma, allo stesso tempo, forte e resistente.

Gruppo 0

Partiamo con l’esaminare gli alimenti che, secondo questo regime alimentare si adattano meglio a gruppo più antico, quello presentato dalla maggior parte delle persone, il gruppo 0.
Come detto precedentemente all’origine questi uomini vivevano prevalentemente di caccia ed il loro sistema immunitario aveva una elevata reattività. Per mantenere uno stato di salute sarebbe dunque necessario ingerire una considerevole quantità di proteine di derivazione animale ma anche vegetale (con verdure e legumi). In più, questo tipo di soggetti, per mimare la caccia e per scaricare al meglio lo stress che va a farsi sentire in particolar modo a livello muscolare, dovrebbe associare un’attivtà fisica a media-alta intensità.

cibi che sembrano non essere ben tollerati sono, invece, i latticini, i prodotti contenenti glutine ed i legumi come le lenticchie.
In particolar modo l’attenzione va posta al glutine che, a causa del suo particolare contenuto (in termini qualitativo) di lectine va ad interferire con il metabolismo riducendo l’attività dell’insulina portando ad un incremento di peso e/o con l’aumento dell’età, anche all’installarsi di patologie come il diabete.

Gruppo A

Il sistema immunitario dei soggetti appartenenti al gruppo A sembra essere molto sensibile alle infezioni. Secondo questa teoria perché queste persone possano seguire una dieta definita sana dovrebbero mangiare sopratutto frutta, verdura, pesce e uova.
Questi soggetti sembrano, a differenza di quanto visto per il gruppo precedente, non andare ad assimilare al meglio cibi come la carne rossa ed i latticini (pertanto questi sembrano essere immagazzinati dall’organimo come riserva sotto forma di tessuto adiposo).

Gruppo B

Per quanto riguarda gli individui con gruppo sanguigno B questi possiedono un sistema immunitario molto forte in quanto, le popolazioni da cui ebbe origine furono costrette ad adattarsi ad un ambiente ostile ed in cui la sopravvivenza non era semplice.
Per lo stesso motivo anche il loro apparato digerente ha delle grandi capacità di adattarsi in modo rapido ai vari alimenti. Questi soggetti però tendono ad aumentare la loro quantità di massa grassa con l’ingestione di cibi come lenticchie, il grano saraceno, il sesamo ed il granturco, che possono causare ipoglicemia. In più, come era stato detto per i gruppo 0 sembrano possedere una leggera intolleranza al glutine.

Gruppo AB

Il gruppo AB è il più recente e, pertanto, il meno diffuso.
Il sistema immunitario di questi soggetti è resistente alle malattie infettive grazie alla presenza di entrambi gli antigeni.
ll loro apparato digerente presenta un‘elevata capacità di tolleranza ma tuttavia, a causa della scarsa acidità dovuta alla presenza del gruppo A trovano abbastanza difficoltosa la digestione delle proteine provenienti dalla carne rossa e, esattamente come avveniva per il gruppo B, potrebbero avvertire leggeri disturbi in seguito all’assunzione dei cereali.

Per gestire al meglio l’alimentazione lo stesso D’Adamo aveva tracciato nelle sue guide degli elenchi in cui comprese i cibi che apportavano benefici, i cibi neutri ed cibi nocivi.

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Dimostrazioni che confutano l’emodieta

Fin da quando fu pubblicata, questa dieta, non convinse appieno gli scienziati e gli studiosi tanto che trovarono moltissime teorie e fattori che sembrano poterla confutare.

La prima teoria riguarda proprio le lectine. Queste a seguito della cottura (sono termolabili) si trovano solamente in minima quantità negli alimenti e, pertanto non possono essere considerate come un parametro fondamentale.

Un’altra ipotesi che non regge alla scientificità riguarda le intolleranze. Queste, a differenza di quanto sembra trasparire da questo innovativo regime alimentare, non appartengono solamente ai soggetti con gruppo sanguigno 0.

Un’altra idea che non convinse gli studiosi era il fatto che i gruppi sanguigni fossero legati in modo stretto alle abitudini alimentari. Se fosse così non ne esisterebbero solamente quattro ma si differenzierebbero, attualmente, per le popolazioni lapponi (alimentazione basata su proteine e lipidi), per gli orientali (cereali e pesce) e per le tribù africane (si nutrono per lo più di insetti).

Studi eseguiti

Il 15 gennaio 2014 è stato pubblicato uno studio fatto presso il Toronto Nutrigenomic and Health institute a cui sono stati fatti partecipare quasi 1500 soggetti. A questo campione sono state proposte diete che, per il loro gruppo sanguigno, risultavano essere non corrette.

I soggetti sono stati controllati, tramite appositi test, sia dal punto di vista cardiometabolico, sia in termini di parametri antropometrici (indice di massa corporea, Body Mass Index, e misurazione in centimetri).
Quello che fu affermato con certezza era il fatto che le differenti diete producevano effetti differenti apportando più o meno benefici alla salute.

La dieta che era stata pensata per i soggetti con gruppo sanguigno A risultava quella che dava risultati più soddisfacenti in termini di perdita di centimetri e, di conseguenza, di massa grassa (cosa he, ovviamente si riflette in un beneficio per la salute ed è di grande aiuto nella prevenzione delle patologie cardiovascolari). Altri benefici interessarono un miglioramento in temine di riduzione del colesterolo nel torrente sanguigno e della pressione.

La dieta pensata per i soggetti dal gruppo AB aveva una sorta di effetto positivo sul cuore ma non presentava le caratteristiche adatte al dimagrimento.

Quella per gruppo B sembra non apportare alcun beneficio mentre quella del gruppo 0 è in grado di ridurre il valore ematico dei trigliceridi.

Dieta Scarsdale: manù, tabella e controindicazioni

La dieta Scarsdale è una dieta dimagrante a basso contenuto di carboidrati. E’ una dieta lampo della durata di  14 giorni. Risale alla fine degli anni ’70, ma da allora viene riproposta periodicamente e vanta un alto numero di sostenitori, tra tutti i ceti sociali e di tutte le parti del mondo. Questa dieta dimagrante fu ideata nel 1978 da un cardiologo statunitense Dott. Herman Tarnower, e presentata in un libro che si diffuse a livello mondiale. Scarsdale non è altro che il nome del centro medico da cui prende origine.

Questa dieta dimagrante promette di farvi perdere ben 10 chili in 14 giorni per poi passare ad una dieta di mantenimento.  Alla base di questa dieta troviamo le proteine per il 43%, i grassi per il 22,5% e i carboidrati per il 34,5%. La dieta stabilisce un menù che deve essere seguito alla lettera senza modifiche e per tutti i 14 giorni consecutivi. Le quantità dei cibi non sono indicate. Vediamo come funziona.

Menu settimanale della dieta scarsdale

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La colazione è uguale per tutti i giorni e comprende: ½ pompelmo; 1 fetta di pane integrale, caffè o tè non zuccherati. (si possono usare i dolcificanti senza problemi).

Lunedi’

Pranzo:  carni fredde a piacere (rigorosamente magre), pomodori affettati e cotti alla griglia, senza condimento.

Cena: pesce magro oppure crostacei di qualsiasi tipo (senza condimento), insalata mista, 1 fetta di pane tostato integrale, frutta di stagione.

Martedi’

Pranzo: macedonia di frutta, caffè o tè;

Cena: hamburger di carne magra e cotto alla griglia, pomodori, peperone, lattuga, sedano, olive, zucchine o cetrioli, caffè o tè (senza zucchero)

Mercoledi’

Pranzo: insalata di tonno cotto al vapore condita con limone o aceto; pompelmo o melone o, in alternativa, un frutto di stagione; caffè o tè (senza zucchero).

Cena:  fette di agnello senza grasso e cucinato arrosto, insalata di lattuga, pomodoro, cetriolo, sedano, caffè o tè (senza zucchero).

Giovedi’

Pranzo: due uova, ricotta o formaggio magro, zucchine o cavoletti di Bruxelles o pomodori affettati, 1 fetta di pane tostato alle proteine o integrale, caffè o tè (senza zucchero).

Cena: pollo privo di grasso, cucinato arrosto, alla griglia o lessato, spinaci, peperoni, fagiolini, pomodori, caffè o tè (senza zucchero).

Venerdi’

Pranzo:  formaggio (sempre magro), spinaci, 1 fetta di pane tostato alle proteine o integrale; caffè o tè (senza zucchero).

Cena: pesce magro oppure crostacei di qualsiasi tipo (sempre cotti senza olio o burro), insalata mista (con verdure fredde o cotte), 1 fetta di pane tostato alle proteine o integrale, caffè o tè (senza zucchero).

Sabato

Pranzo: macedonia di frutta, caffè o tè(senza zucchero).

Cena: pollo o tacchino privi di grasso, cucinato arrosto, insalata di pomodori e lattuga, pompelmo o frutta di stagione, caffè o tè (senza zucchero).

Domenica

Pranzo:  pollo o tacchino privi di grasso, cucinati arrosto, pomodori, carote, cavolo cotto, broccoli o cavolfiore, pompelmo o frutta di stagione, caffè o tè (senza zucchero).

Cena:  vitello arrosto magro, insalata di lattuga, cetrioli, sedano, pomodoro, zucchine, caffè o tè (senza zucchero).

 

Regole generali della dieta scarsdale

Tutti gli alimenti che non compaiono in  questo menù sono assolutamente vietati. Incluso l’alcool, vietato in tutte le diete sia per l’alto apporto di calorie, sia perché favorisce la ritenzione idrica. Sono vietati gli spuntini fuori pasto, che aumentano il conteggio delle calorie senza che ce ne rendiamo conto. Gli unici spuntini ammessi sono quelli a base di verdura e comunque in piccole quantità, ad esempio carote o sedano.  Durante i pasti le insalate e la verdure vanno condite solo ed esclusivamente con limone o aceto, mai con l’olio. E’ vero che è una dieta proteica, ma al contrario di altre come la dieta Dukan in cui sono permessi tutti i tipi di grassi e proteine,  nella dieta Scarsdale bisogna mangiare solo carne molto magra come pollo o tacchino, o i tagli di carne rossa magra, senza utilizzare condimenti come burro, margarina, olio.

Nel menù della dieta Scarsdale non sono indicate quantità, ma una regola fondamentale è smettere di mangiare quando ci si sente sazi.  In realtà questa regola dovrebbe essere adottata sempre e forse se avessimo la forza di volontà di metterla in pratica non servirebbero a molto le diete dimagranti!

Ebbene sì se seguite la dieta in modo scrupoloso per 14 giorni la perdita di peso è assicurata. Anche se i primi chili che se ne vanno sono dovuti soprattutto alla perdita di liquidi. Come in tutte le diete il problema è il mantenimento, perché seguire una dieta ferrea di questo tipo  oltre le due settimane è molto pericoloso per la salute.

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Controindicazioni della dieta scarsdale

La dieta non va prolungata oltre i 14 giorni.    L’apporto calorico si rivela molto basso, dalle  800 alle 1000 calorie circa, per questo motivo questa dieta è fortemente sconsigliata a chi pratica attività fisica, prima di tutto perché le energie fornite da un regime alimentare di questo tipo sono molto limitate, in secondo luogo perché la massa muscolare si riduce a causa al calo di peso repentino.

Il taglio netto degli zuccheri, può essere causa di mal di testa, spossatezza, senso di affaticamento, soprattutto nei primi giorni.

Una dieta dimagrante di questo tipo è assolutamente sconsigliata alle donne in gravidanza e agli adolescenti, due categorie di persone che più di tutti hanno bisogno di assumere tutti i principi nutritivi, sali minerali e vitamine, nonché di una quantità di calorie adeguata allo sviluppo!  La dieta Scarsdale è sconsigliata anche a chi sta affrontando problemi di salute, è in cura farmacologica e sotto osservazione medica. Come regola generale è buona norma, per chiunque,  consultare il proprio medico o il proprio dietologo o nutrizionista per verificare la compatibilità di una dieta di questo tipo con le proprie condizioni fisiche attuali.

Dieta paleolitica: la realtà e la tendenza

Dall’elenco delle diete più popolari dell’ultimo periodo non si può omettere la dieta paleolitica, “paleo” per gli amici, spesso detta paleodieta, per imitazione del termine inglese paleodiet.

Si tratta di un regime alimentare in voga perché promette di far dimagrire e di far aumentare la massa muscolare senza patire il senso di fame, poiché permette di regolare le quantità in autonomia.
È davvero così? Solo entro certi limiti.

Dieta paleo e dieta degli uomini nel paleolitico

La paleodiet è stata messa a punto da Loren Cordain, un nutrizionista e fisiologo americano, sulla base del fatto che l’agricoltura è un’invenzione relativamente recente e che, pertanto, il corpo umano non si è ancora adattato all’assunzione sistematica dei suoi prodotti.
La discrepanza fra dieta moderna e apparato digerente “preistorico” sarebbe all’origine di molti disturbi, fra i quali il sovrappeso è il meno preoccupante.

Sappiamo, infatti, che per milioni di anni l’uomo si è nutrito di quello che la natura metteva a sua disposizione, spostandosi continuamente per sopravvivere, mentre solo dopo l’invenzione dell’agricoltura, risalente ad “appena” 12.000 anni fa, è divenuto stanziale.

La paleodieta proposta oggi come dieta dimagrante e regime alimentare volto a tenere alla larga le malattie ricalca la dieta dei nostri avi solo in linea di principio, se non altro perché, com’è ovvio, oggi gli stessi cibi non contengono più i medesimi valori nutrizionali, poiché migliaia di anni di agricoltura e progresso hanno modificato anche la dieta degli animali di cui ci cibiamo, senza contare quanto cambiato è lo stile di vita delle persone.

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Paleodieta: una bistecca non basta

Lungi dall’essere uno scenario da Eden, nel quale passeggiare spensierati nutrendosi dei frutti che la provvidenza mette sul proprio cammino, quello in cui viveva l’uomo paleolitico doveva essere un ambiente ostile e pieno di pericoli. Anche quando non veniva direttamente minacciato da qualche animale feroce o dalle insidie ambientali, la sua salute e la sua vita erano comunque messe a repentaglio da un’alimentazione che, sebbene non possa dirsi “sbagliata” era, se non altro, irregolare e tendenzialmente scarsa nelle quantità.

Secondo gli storici, la “vera” dieta paleolitica includeva, con ogni probabilità, larve e insetti in proporzioni non trascurabili, le interiora degli animali uccisi e il midollo delle loro ossa.
Pare, invece, che non venissero consumate le uova, almeno, non abitualmente.

Cosa si mangia con la paleodiet

La dieta paleolitica del Duemila, invece, sostituisce i blattoidei di terra coi nefropidi di mare (gli scarafaggi con gli scampi, insomma) e abbonda di tagli nobili di carne rossa e bianca, oltre che, naturalmente, di pesce. Anche le uova di gallina non mancano dal menu, nonostante gli allevamenti aviari si siano diffusi con la stanzialità.

Anche i vegetali sono consentiti, purché affini a quelli che si potevano trovare in natura senza coltivarli: sì a frutta e verdura e a noci e semi oleosi, mentre sono banditi i legumi e i cereali (e i loro derivati).
Qualche carboidrato in più può arrivare dalle patate, da consumare comunque con moderazione.

Banditi anche il latte e i suoi derivati, poiché sono alimenti che l’uomo ha iniziato a consumare solo con la pratica dell’allevamento.

Ovviamente, anche le bevande diverse dall’acqua non sono contemplate dalla dieta paleolitica, anche se una concessione è fatta al tè verde e agli infusi (ma non al caffè, che richiede tostatura) e ai prodotti naturali di frutta e verdura, come spremute, centrifughe, succhi freschi e frullati.

Un’altra concessione fatta al palato moderno è costituita dai condimenti: olio, sale e aceto non facevano parte della vera dieta paleolitica, ma possono essere usati – con parsimonia! – per rendere più gradevoli le pietanze.

Alla luce di queste considerazioni, la dieta paleo non appare più così “preistorica” e somiglia, piuttosto, a una rielaborazione delle diete Zona, GIFT o di altre diete che favoriscono l’assunzione di proteine a scapito dei carboidrati. Come sempre accade quando una tendenza alimentare prende piede, fioriscono i ricettari per cucinare cibi “moderni” – come i dessert, che la dieta originale non contempla minimamente – con ingredienti “paleo”, a scapito della fedeltà al modello originale.

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Quanto si mangia con la paleo-dieta?

Ecco un punto interessante della dieta paleolitica: le quantità. Esse non sono prestabilite, ma si raccomanda solo di mangiare a sazietà (che, detto per inciso, non significa “fino a non poterne più”).

Sebbene la vita moderna – per lo meno, quella delle popolazioni occidentali, che hanno bisogno di dimagrire – sia estremamente più sedentaria di quella degli uomini preistorici, gli uomini di oggi sono abituati a fare tre pasti al giorno, tendenzialmente a orari regolari e mangiano sicuramente più dei loro antenati – tant’è che alcuni seguaci della paleodiet consigliano di osservare saltuariamente un digiuno, per ricalcare più fedelmente le abitudini alimentari cui la dieta si ispira.

Anche se un maggior apporto di proteine a scapito dei carboidrati riduce il senso di fame e porta, nel tempo, a ridurre le porzioni, è plausibile che, per dimagrire e raggiungere il benessere fisico di cui si presume godessero i nostri progenitori, si debba associare alla dieta un’attività fisica intensa (tabata training) e frequente e/o moderarsi molto nelle quantità.